Con le ali ripiegate sul petto
Una lunga scia di dolore dietro quei suicidi volontari (e non) senza distinzione di età
Di Luigi Maruzzi
Ci sono accadimenti che al momento in cui fanno il loro ingresso nella realtà non ci toccano affatto. A distanza di tempo, però, gli stessi accadimenti acquistano una tale forza d’attrazione da lasciarci a metà strada tra lo stupore e il rammarico per non averli compresi prima. Episodi che sembrano reciprocamente estranei, nascondono una rete di gallerie sotterranee che li collega. Prendiamo la tragedia del ragazzo abruzzese di appena 19 anni (Andrea Prospero) trovato morto a Perugia il 24 gennaio in una casa presa d’affitto. Una notizia che proprio in questi giorni è tornata a risollecitare la cronaca per clamorosi risvolti emersi dalle indagini. Un suicidio che addolora tutti coloro ai quali stanno a cuore i giovani, il loro disagio di fronte a un mondo imprevedibile, il loro destino di “spatriati”. A nulla serve scoprire che si è trattato di un gesto di auto-soppressione indotto da un occulto suggeritore, non mi conforta. Anzi, mi sconcerta sapere che l’istigatore è stato un ragazzo altrettanto giovane. E quel che è peggio è accorgersi di quanto sia diventato facile avvicinarsi a certi lidi da sempre considerati tabù, come il rapporto frontale con la morte. Purtroppo, l’argomento è d’attualità e non può essere confinato nel perimetro degli steccati anagrafici. Il che ci porta a tornare indietro, seppure di poco, al 10 febbraio. Il dj Alex Benedetti, direttore di una radio famosa, si è lanciato dal sesto piano di un palazzo che si affaccia su Largo Donegani. Incredibile! Una persona che attraversava ogni giorno le mie stesse strade e chissà quante volte deve aver preso il caffè o mangiato un panino negli stessi locali che amo frequentare anch’io. Quando succedono fatti come questi l’attenzione rischia di allontanarsi dalle cose più importanti. Subentra, ad esempio, l’ansia per il biglietto che non si trova. Ma cosa vorremmo che ci fosse scritto? “Chiedo perdono”? Un clas- sico, che dice tutto e non fa capire nulla. Proviamo allora con “Cosa avreste fatto al posto mio?”: in sostanza, ci sta chiedendo indulgenza ma l’enigma resta. E se fosse “L’ho fatto per un problema di soldi”? Oh, finalmente uno che parla chiaro, diremmo noi. Peccato che il messaggio sia privo di pathos, sembra tutt’altro che autentico. Dal sesto piano di casa sua è precipitato anche il professor Franco Anelli. Un fatto non proprio così recente, che d’un tratto sembra prendere il sopravvento su tutti gli altri ricordi. E si capisce anche perché. Non è un mistero che tra mesi primaverili, benché separati da molte pagine di calendario, venga a crearsi una relazione più intensa di quella che ci si aspetterebbe da fatti collocati in seno a mesi contigui. La mira dell’occhio mnemonico trova fessure nella luce e arriva dove neppure t’immagini. Per farla breve, avevo conosciuto il prof. Anelli (scomparso il 23 maggio 2024) alla conferenza inaugurale del Festival della Spiritualità “SOUL”. Non ero lì per lo scrittore (Alessandro Baricco), e neppure per l’onore di sedere fra le prime file di uno splendido auditorium. Ero lì per prestare il mio udito e la mia vista a un amico che avrebbe molto desiderato presenziare alla lectio. Eminenti studiosi sostengono che la femmina del polpo dagli anelli blu si lasci morire di fame dopo la schiusa delle uova covate per 6 settimane, colpa di un cambiamento nel comportamento del colesterolo che causa tendenze autolesionistiche. Be’, temo che per gli esseri umani la faccenda sia un tantino più complicata e che un gesto estremo come il suicidio abbia molto a che fare con uno stato di solitudine profonda, intima e personale. In quei momenti che precedono l’atto ci vorrebbe la visita di un angelo per riprendere fiato e nutrire nuovamente la speranza. Secondo Simone Weil basterebbe chiedere con insistenza la discesa dell’aiuto divino. Darsi la fine con le proprie mani è un gesto scomposto, senza alcuna ambizione atletica, totalmente privo dell’impronta leonardesca che osserviamo durante il volo dei base jumper. Chi lo compie si lascia inghiottire dal vuoto, non sente più il bisogno di un accordo fra organi e sensi, abbandona l’ultimo tentativo di prendere una direzione, una qualsiasi direzione, magari scelta a caso e con poca accuratezza. Eppure, credo che a certe altezze alcune parole possano sopravvivere. C’è chi le pronuncia prima di abbracciare la follia dell’attimo, e chi le urla a pochi metri dallo schianto. Non conosceremo mai la verità: le telecamere non registrano la voce dell’animo, non c’è posto per spettatori analisti.
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