L’eccidio di 10 civili sul Castello

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Alla cerimonia del 27 febbraio don Flavio Peloso ha presentato alcuni stralci inediti del “Resoconto” dell’orionino don Lorenzo Nicola sulla strage

TORTONA- Al Castello di Tortona, vicino alla storica torre, c’è una stele presso la quale il 27 febbraio si sono ritrovati il sindaco, Federico Chiodi, autorità civili e militari, rappresentanze dell’ANPI, cittadini e molti giovani delle scuole di Tortona per ricordare l’esecuzione di dieci civili come rappresaglia dopo l’uccisione di due ufficiali tedeschi, avvenuta esattamente 80 anni fa. Le parole incise sulla stele sono di don Lorenzo Nicola, un orionino, allora cappellano dei soldati italiani e tedeschi. Durante la cerimonia, don Flavio Peloso, postulatore dell’Opera Don Orione e direttore del “Paterno” ha letto il “Resoconto” di don Nicola, di cui riportiamo alcuni stralci. “Tutto cominciò la domenica pomeriggio del 25 febbraio 1945, quando un gruppo di partigiani, assaltò e uccise due ufficiali tedeschi, Max Vogel e Schulz, presso il Castello di Tortona, mentre scendevano da Vho. Venne subito la rappresaglia dei tedeschi. Presero 10 uomini qualunque dalle carceri di Casale Monferrato e li portarono a Tortona. La mattina del 27 febbraio, mentre andavo al collegio Dante Alighieri, vidi un camion blindato, scoperto, con sopra militari italiani, tedeschi e parecchi civili. Andavano ad eseguire la loro fucilazione vicino alla Torre del Castello. «Hanno avuto il prete?», chiesi a un poliziotto. «No, non hanno avuto il prete, anzi non sapevano neanche di essere condotti alla morte: quando li trassero dalle carceri di Casale avevano detto loro che sarebbero andati a lavorare». Corsi su, di corsa, al Castello. Attorno al camion stavano i soldati con moschetti e mitra. «Sono il cappellano del Sammelagher», dissi. Mentre attendo risposta quei dieci uomini mi dicono: «Padre, non abbiamo fatto nulla, e ci ammazzano…». Uso parole di fede: «Ragazzi, se gli uomini sono cattivi, voi sapete che il Signore è buono. Offrite questo sacrificio a Dio: egli vi ama e perdona». E traccio su loro una larga benedizione con il segno della croce. Fanno scendere dal camion i dieci, che mi guardano. Passando, uno mi disse: «Padre, mi saluti mia madre. Le dica che non ho fatto niente di male». Un altro: «Padre, baci i miei figli!». Lasciava cinque figli, tutti piccoli. Faccio a tempo a benedirli ancora prima della morte. Poveri figli! Poi, scendo verso di loro, morti, passando davanti al plotone dei giustizieri. Non li guardo: se ne accorgono e restano mortificati. I tedeschi lasciarono ordine che i morti rimanessero là, perché tutti i tortonesi vedessero. Tortona è scioccata. Il 28, un ingegnere del municipio mi ha telefonato dicendo che il Comune non trovava uomini per la sepoltura. Allestiamo una squadra volante di quindici chierici, con pale e picconi. Una preghiera e poi al lavoro. L’indomani, ottenni il permesso dal comando tedesco di togliere quei poveretti dalla fossa provvisoria del Castello e di seppellirli, ma solo fuori dal Cimitero. Di nuovo, provvidero i preti e chierici. Solo il 6 di aprile, i corpi poterono essere messi in casse di legno per essere sepolti, ancora dai nostri chierici per la terza volta, nella pace del Cimitero. Questi i nomi: Oscar Adenzato, Carlo Angelino, Valter Borra, Ezio Chiavon, Antonio Lanni, Vittorio Lucani, Mario Morselli, Giuseppe Sogno, Corrado Semenenga, Alfio Zanello. Valga il vostro sacrificio, unito alla moltitudine di fratelli sacrificati su tutti i fronti d’Europa, a ottenere da Dio misericordia su questa povera umanità! Per il mondo nuovo, inizi l’era della pace in Dio!”.

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